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CAPITOLO 1: LA LADRA DI OMBRELLI

Tutti sanno che se stai troppo attento

Sei così occupato a stare attento

Che inciampi sicuramente su qualcosa.

(Gertrude Stein)

Dopo il solito pomeriggio pieno di chiacchiere inutili, mi trascino verso la stazione. Da qualche tempo mi sento come se fossi nel posto sbagliato, nella vita sbagliata. M'infilo le cuffiette, cercando un po' di conforto nella musica. D'improvviso comincia a piovere. Quasi non fosse abbastanza deprimente che non abbia ancora capito cosa fare della mia vita e che abbia passato l'ennesima giornata a cazzeggiare per non pensarci. Mi piace la pioggia, sia chiaro, ma questi nuvoloni neri promettono un maledetto diluvio. Noto la piccola galleria proprio accanto al marciapiede e mi c'infilo. Mi metto nell'angolo più esterno a guardare il cielo, spengo la musica e paziente ascolto il piacevole suono dello scrosciare, che va aumentando. Come se non bastasse essere bloccata lì, il vento m'investe e mi da una bella lavata da testa a piedi. Faccio un balzo indietro, imprecando nel tentativo di salvare il telefono. Mi appoggio al muro, mentre controllo il display, ma finisco con la schiena contro una porta, che si spalanca sotto la mia spinta. Mi ritrovo gambe all'aria in un posto in cui metto natica per la prima volta. Mi rialzo subito, mentre la traditrice si richiude da sola e mi giro veloce a cercare la persona alla quale dovrei porgere le mie scuse, ma nessun paio d'occhi è fisso su di me. Sgocciolante sulla soglia, ammiro la libreria deserta. È piccola e silenziosa. Mi avvolge una sensazione di calore e di familiarità, forse dovuta ai colori caldi del mobilio o al profumo di pagine ingiallite e all'intimità dello spazio.

Guardandomi intorno, noto una leggera scia di fumo bianco, che si alza da dietro uno degli scaffali dell'altra stanzetta, la cui porta mi si apre di fronte. Faccio qualche passo avanti e mi allungo in punta di piedi per sbirciare oltre lo scaffale, curiosa di scoprire chi sia tanto sfacciato da fumare al chiuso. Scorgo una testa e uno chignon di capelli corvini, subito immagino che sia la padrona. È di spalle e vedo soltanto la testa, ma capisco che dev'essere su una scaletta a sistemare dei libri sull'alto ripiano cui rivolge tutta la sua attenzione. Sembra non avermi neppure notato. Il posto non è male e penso che potrei tentare di farmi assumere. Mi sento stranamente in pace e nel posto giusto, come se fossi arrivata a casa dopo un lungo viaggio, però non ho nessuna voglia di intraprendere una conversazione con un'eventuale signora di mezza età. Senza fare rumore mi giro verso la porta e riaprendola adocchio un elegante ombrello nero riposto con cura nel portaombrelli. Presa da una tentazione sconosciuta, ne sfioro il manico, lo stringo tra le dita e lo sfilo di tre quarti. Sono sempre stata una brava ragazza e mi sforzo di pensare che non potrei mai rubare l'unico ombrello di una povera signora di mezza età. Allento la presa, ma la mia mano peccaminosa esita, restia a lasciarlo andare del tutto. È come un oggetto stregato, da cui non riesco a staccarmi. D'improvviso oltre il rumore della pioggia battente sento una voce maschile, profonda, quieta e morbida.

"Prendilo mia cara" dice seducente.

È la voce del Diavolo, penso atterrita, non avrei dovuto esitare sull'idea di rubare. Senza nemmeno voltarmi, scappo fuori. Corro a ritmo con i miei battiti sotto la pioggia martellante e non mi fermo se non in stazione, dove mi accorgo con orrore di avere il bottino stretto tra le mani.

Fantastico: ho appena commesso il mio primo furto e non è nemmeno una cosa fica. Cioè, avessi rubato 100 euro a uno stronzo per darli ai poveri, mi sentirei un po' tipo Robin Hood, invece da oggi sono diventata una patetica ladra di ombrelli, roba che neanche i disperati. Mi dico che forse potrei lasciarlo da qualche parte sul treno e far finta che non sia mai successo, ma la mia mano non vuole proprio saperne di lasciare la presa. Non è che sia davvero stregato questo coso? Rassegnata, mi siedo nello scompartimento quasi vuoto, tenendolo sulle ginocchia. Lo fisso e lo accarezzo come se fosse un oggetto prezioso. Mi torna in mente la voce misteriosa e seducente, che mi ha fatto scappare come un siluro e persino il ricordo mi fa vibrare qualcosa dentro. Dopo averla riascoltata nella mia testa per almeno cento volte, decido di averla immaginata in preda alla suggestione, perché di certo non era la voce di una signora e suvvia, non poteva mica essere il Diavolo. Mi sono avvicinata troppo al mondo esoterico negli ultimi anni, leggendo i tarocchi, comprando un pendolo e dilettandomi con un paio di amiche in cosettine, come rituali di protezione e tentativi di contattare gli spiriti. Qualche mese fa abbiamo anche fatto una specie di seduta spiritica, cercando di evocare Lucifero in persona. Chissà perché poi, con tutte le cose belle che si potevano fare, noi abbiamo scelto proprio quella? Sarà il fascino del male. Ad ogni modo deduco che la cosa non abbia giocato a mio favore e mi ha mandato in paranoia alla prima stranezza da niente. Tutto lì: suggestione e niente più.

Dopo quaranta minuti di viaggio e la testa che fuma, finalmente decido di approvare la seguente versione dei fatti: la voce è stata un parto della mia fervida immaginazione, la cara signora non si è accorta di nulla e l'ombrello è una cineseria, che varrà sì e no cinque euro. Nessuno si dannerà per così poco. Soddisfatta della mia intuizione geniale, decido di lasciarmi tutto alle spalle e pretendere che non sia mai accaduto. Nasconderò l'ombrello da qualche parte e lo tirerò fuori quando sarò vecchia per raccontare la storia della ladra di ombrelli ai miei nipotini.

Quando scendo dal treno con un bel sorriso rilassato, noto che ha anche smesso di piovere. Così me ne vado a casa contenta sulle note dell'appena scoperta Something Diabolical. Sarà un caso?

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